Il mio quadro psichiatrico

Soffro di angoscia abbandonica. Venni abbandonato, appena nato, all’interno di una ruota degli esposti, presso un convento francescano. Il primo a trovarmi fu Fra’ Tazio. Mi portò nella sua camera e mi adagiò sul letto per darmi le prime cure, ma Fra’ Germano lo chiamò dal corridoio, ricordargli che era l’ora del rosario. Fra’ Tazio allora corse fuori dalla stanza sbattendo la porta. Non tornò più. L’urto fece cadere le due bottigliette poste sulla mensola sopra di me, rovesciandone il contenuto nella mia bocca. La mia prima poppata fu un mix a base di talco e olio di ricino.

Cominciai a piangere. Mi sentì, in compenso, fra Giulio. Credo che pensasse che piangevo perché avevo freddo. Secondo lui troppo freddo. Dopo avermi scaldato con il phon per più di un’ora e mezza fino a cuocermi come un arrosto, mi mise addosso così tanti panni di lana grezza che sembravo una pecora a cui non tosavano il pelo da trentadue anni.

Il rintocco delle campane gli ricordò che era l’ora della messa. Si precipitò in chiesa, lasciandomi di nuovo solo. Anche lui non fece più ritorno. Ricominciai a piangere. Potete intuire che, si dalle prime ore di vita, la mia angoscia abbandonica si stava procurando delle solide fondamenta. Si accorse di me, quindi, Fra’ Giuseppe, il cuoco, il quale pensò che avessi fame. Secondo lui troppa fame.

– Oh povero piccolo! Oggi non siamo attrezzati per sfamare un neonato, ma faremo con quello che abbiamo in dispensa! – disse.

Mi calò nello stomaco sette cartoni da un litro ciascuno di latte a lunga conservazione. Feci un rutto così potente che generò uno spostamento d’aria uguale a quello dell’esplosione di una bomba atomica. Il frate fu proiettato fuori dalla finestra, in sagrestia. Che, però, distava centro metri in linea d’aria dalla cucina. Attraversò, come se non ci fosse un domani, il cortile del convento. Testimoni riferiscono che sembrava un giavellotto durante una gara di atletica.

Rimasi di nuovo solo. Ricominciai a piangere. Dopo due ore arrivò suor Adele, un donnone rude di un metro e novanta, i cui modi ricordavano, più che una religiosa, un fabbro.
Entrò in cucina portando Fra’ Giuseppe su una spalla, a penzoloni. Svenuto. Alcuni sostengono di averla vista, dopo che l’uomo aveva sfondato la porta della sacrestia, afferrarlo al volo con una mano sola, come fosse una palla da baseball.

Una volta entrata in cucina, lo sollevò e, dopo averlo fatto roteare più volte su un dito come un frisbee, lo lanciò verso la sua camera, dove atterrò sul letto come un UFO. Dormì per i successivi tre mesi. In pratica, a causa dei colpi subiti, entrò in letargo.

Quindi venne verso di me, mi prese per la coppino come un gatto e mi portò via.

Finalmente nelle mani di una donna, anche se chiamarla donna forse è un po’ azzardato, potei cominciare la mia infanzia come Dio comanda. O forse è meglio dire: come comandava lei.
Pure quest’ultima spesso si dimenticava che esistessi. A tre anni andai all’asilo come tutti i bambini normali. Lo terminai a sette perché si ricordò di venire a prendermi solo dopo quattro anni.

Alle elementari fui vittima di bullismo. Un giorno, tornando a casa, non potendone più, lo riferii a suor Adele che andò a parlare col padre del ragazzo. Gli ruggì addosso così violentemente che l’uomo, dalla paura, si trasformò in una donna.

Si arrabbiava tantissimo quando prendevo le insufficienze. Un giorno, al liceo, dopo che seppe di un mio brutto voto nel compito di matematica, entrò in camera mia con un’espressione quasi demoniaca. Riuscii a scappare dalla finestra. Dalla paura scappò anche la mia scrivania.

A causa dei suoi modi rudi, stavolta fui io a non fare più ritorno al convento e non finii il liceo. In qualche modo, però, dovevo sbarcare il lunario. Come tutti gli orfani che si rispettano tentai, allora, di intraprendere la carriera del delinquente. Pensai che fosse meglio cominciare con i lavoretti più facili. Iniziai con lo scippo. Mi accorsi subito, però, che non era la mia specialità. Non perché non fossi in grado di strappare le borse alle persone, ma perché sono un miope. Mi convinsi a cambiar genere di reato dopo aver tentato di portar via la ventiquattrore a Mike Bongiorno. Mi fracassai una mano. Non mi accorsi che era una statua.

Provai, quindi, a dedicarmi alle rapine in banca, ma anche in questo caso mi convinsi a lasciar perdere subito dopo aver effettuato la prima. Dopo aver gridato il rituale “Mani in alto! Questa è una rapina!”, mi accorsi che non c’era nessuno. Era domenica.

In quel caso la mia stupidità mi infastidì così tanto che mi persuasi che il colpo dovevo portarlo a termine a tutti i costi. Presi allora in ostaggio due scrivanie. Dopo poco non arrivò il capo della polizia ma uno psichiatra.

In seguito scoprii che neanche il furto di auto era il mio forte. L’unica che rubai era un’autobomba.
Dopo essere salito a bordo e aver percorso qualche decina di metri, però, mi venne un forte rimorso di coscienza e la riportai agli stessi tizi che avevo visto poco prima parcheggiarla là dove l’avevo prelevata.
– Scusate, è per caso la vostra auto? – chiesi, facendo il finto tonto, giungendo tra loro. Si dileguarono alla velocità della luce. Rimasi di stucco. Credetti anche in quel caso di essere stato abbandonato. Stavo per essere colto da un altro attacco di sindrome abbandonica, quando, pensando di essere stato io la causa di quella fuga repentina, mi annusai le ascelle. Non feci a tempo a sentirne l’odore. La macchina esplose spedendomi a venti metri di altezza. Solo dopo essere ricaduto a terra così violentemente al punto di miscelarmi con l’asfalto capii che quelli erano i terroristi.

Mi portarono in ospedale. Avevo quasi tutte le ossa rotte. Anche li fui abbandonato. Un medico mi dimenticò in corsia. Dopo tre ore un collega si fermò accanto a me e mi chiese:
– Ma lei di cosa dev’essere operato?
Cercai di mimargli con l’unica parte del mio corpo che riuscivo a muovere, cioè il naso, che avevo bisogno di una sistematina al 93% delle ossa. Non credo che capì. Ora ho un rene e cuore nuovi di zecca.
Quando, pochi giorni prima che mi dimettessero, un altro medico entrò nella mia stanza chiedendomi: “E’ a lei che dobbiamo fare un trapianto di natiche?”, scappai lanciandomi dalla finestra.

Questo sono io

Questo sono io, Luca Montanari, mentre mi rilasso tra un attacco di angoscia abbandonica e l’altro



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