di Luca Montanari

Tom, dannazione, è un’ora che ti chiamo! Perché non rispondi? – gridò Matt, uno dei degli sgherri di Gallagher a guardia di Hell Prison, mentre giocava a carte con alcuni colleghi in un locale all’interno della stessa.
Normalmente, quando una persona si sveglia la mattina, lo fa con tutte le migliori intenzioni di rispondere qualora venisse chiamato da qualcuno. Rimane però oggettivamente difficile svolgere questa semplice funzione quando si è a penzoloni su un baratro, specialmente se aggrappati con i denti a un troncone di roccia sporgente, con le mani legate dietro la schiena.

È quello che successe quel giorno a Tom, di guardia all’ingresso del carcere. Mai tetta fu così fatale. A Susan bastò mostrargli una piccola porzione di capezzolo perché la mascella gli cascasse per terra come se si fosse staccata dalla testa, facendo uscire dalla bocca la lingua srotolandola come un tappeto rosso per due metri, con gli occhi sparati fuori dalle orbite come palline da biliardo e la faccia che cambiava vorticosamente colore dal rosso al giallo al verde e via dicendo. Sembrava un biliardino in tilt. Dare una bastonata in testa a una guardia in quelle condizioni, legarla, rubarle le chiavi della cella e farla rotolare giù per il dirupo fu per la donna un gioco da ragazzi.
Buon per quel poveruomo se si accorse in tempo di quel troncone di roccia sporgente per afferrarlo con la bocca ed evitare una prematura dipartita. E non credo che anche Matt, quel giorno, uscendo di casa, si sarebbe immaginato che, verso le dieci e trentadue del mattino, avrebbe assunto sembianze di un Emmental per essere stato perforato di Bob, appena uscito dalla cella, liberato dalla fidanzata

– D’accordo, passiamo dall’altra parte! – disse Isaac imboccando un corridoio stipato oltre ogni limite da ferocissime guardie dello sceriffo. Il vecchio confermò ancora una volta di non avere un grosso senso dell’orientamento e anche di non essere tanto dotato, come molti personaggi di questo romanzo, del faro della saggezza. Degli unici due corridoi di cui era composta quella prigione, prese quello che senza uscita.

Mentre Tom, la prima povera guardia, aveva morso così tanto la roccia da aver bucato la parete del baratro come una talpa e finire all’interno di una delle celle, i quattro fuggitivi, uscendo di corsa dalla prigione, si ritrovarono davanti le ultime tre carogne. Bastò che Susan facesse intravvedere loro un alluce perché rincretinissero di colpo, cominciando a sbavare come dei cani San Bernardo, con bocche spalancate che sembravano le grotte della Carnia e movenze che, in confronto, gli scimpanzé sembravano fotomodelli.

In quattro e quattr’otto le loro zucche vuote furono piallate dalle manone di Clay e, prima che le altre carogne potessero raggiungerli, i quattro fuggitivi dispersero i loro cavalli. Bob e Susan montarono sui due che la donna si era portata con sé, mentre gli altri compagni su due rubati al momento.
– Sarà meglio che tu cambi cavallo! – disse Isaac a Clay, dopo che quest’ultimo, con la sua immensa mole, aveva trasformato quello su cui era montato in un Pony.

– Cosa ti ha fatto cambiare idea? – domandò Bob a Susan mentre si dirigevano al ranch dei Thompson
– La suora. Mi ha confermato ciò che sostenevi: è stato un’incidente. Mi spiace di aver dubitato di te
Resta comunque inspiegabile come una massa di guardie deficienti stesse presidiando il corridoio senza uscita dalla prigione e non quello che conduceva all’esterno. Non l’ho capito nemmeno io che sto scrivendo questa storia, immagino voi.

Sulla strada del ritorno, l’improvvisata compagnia notò sul terreno delle tracce di zoccoli di cavallo fresche. Decisero di seguirle perché il timore di Susan era che il padre volesse far visita ai Sandoval.
A notte inoltrata i sospetti della donna trovarono conferma. Accampati a un miglio da loro c’era il padre il suo vice e tre dei suoi scagnozzi.
– Guarda, Susan, due di loro sono morti! – disse vedendoli a terra a pancia in su con braccia a gambe divaricate.
– No, Bob, mio padre si è tolto i calzini. Il fetore li ha anestetizzati. Dormiranno un paio di giorni.
– E chi è quel nano accanto a loro?
– Non è un nano. È la camicia del mio vecchio. Erano dodici anni che non se la toglieva. È così sporca che sta in piedi da sola.

Si avvicinarono di nascosto per ascoltare i loro discorsi.
– Ehi, Max, potresti anche venir vicino al fuoco. Non mi va di urlare! – disse Butch al suo collaboratore, che si era arrampicato sulla cima di una collina a mezzo miglio di distanza, dopo che i miasmi che provenivano dalla camicia cominciarono a produrre le prime squame sulla sua pelle. Preferiva rimanere al buio e rischiare di essere divorato da qualche felino del posto, piuttosto che di morire di morte certa, asfissiato dagli odori provenienti dal suo capo, in confronto ai quali il napalm pareva un profumo di Chanel.
– Non ti preoccupare, Butch, quassù c’è un bel frescolino. Parleremo domani mattina quando ci rimetteremo in cammino verso il ranch dei Sandoval. Buonanotte! – rispose il suo vice, proprio mentre un povero cobra, alla spalle dello sceriffo, si stava fossilizzando avendo avuto la malaugurata idea di avvicinarsi a lui per morderlo proprio nell’istante in cui stava sollevando un’ascella per togliersi un nido di pulci.
– Come vuoi, Max, ma lasciami dire solo una cosa: vedrai come il vecchio Brad accetterà di sloggiare dalle sue terre quando Pete gli dirà che il suo “bambino” è rinchiuso a Hell Prison! Ah! Ah! Ah!
Aprendo la bocca per ridere così sguaiatamente, Butch estinse alcune rare specie animali presenti nei paraggi.

– Hai sentito, amore? Era come pensavo io! Dobbiamo subito correre dai tuoi genitori per avvertirli! – mormorò Susan
– Hai ragione, tesoro! Sarà meglio non accamparci e proseguire nel nostro cammino per arrivare prima di loro.
Tutti i presenti, persino i cactus e le altre piante desertiche, si sorpresero. Per una volta Bob aveva detto una cosa sensata.

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