di Luca Montanari

 

Dopo aver rimodellato il malcapitato killer che, per la cronaca, rispondeva al nome di Joseph Hancock, al fine di consentirgli di proseguire la sua misera esistenza di nuovo con le sembianze di un essere umano, i tre aspettarono l’alba per rimettersi sulle tracce di Jack “Non Mi Hai Fatto Niente, Faccia Di Serpente” Benson.

Il sole, però, picchiava dannatamente forte e quindi, dopo cinque ore di viaggio, si fermarono in una piccola locanda trasandata che avevano trovato lungo strada. Sia l’esterno, che l’interno erano di una tristezza tale che avrebbe indotto immediatamente al suicidio anche un reggimento di comici ottimisti, di buon umore e in preda a un attacco di risate.
Le pareti sembravano piangere, mentre le sedie e i tavoli sembravano avere la depressione.

Decisero comunque di entrarci per mettere qualcosa sotto i denti. Si sedettero a un tavolo. L’oste era un omino anziano così magro che girava incatenato a una palla di ferro come un carcerato per non volar via al primo anelito di vento. Inoltre era talmente anemico che le zanzare, impietosite, ogni tanto lo pungevano per iniettargli un po’ di sangue.
Non aveva addosso un filo di carne mentre, all’interno della sua bocca, i denti erano così radi che parevano spaventati e smarriti.
Parlava con un filo di voce, per giunta soffocata. Praticamente, ogni volta che cominciava a parlare, rischiava l’asfissia.
Infine, alle sue occhiaie mancava solo la certificazione del Ministero della Cultura per sembrare due vasi dell’epoca Ming.

Era mite e indifeso ma un gran bastian contrario. Già dal nome lo si avrebbe dovuto capire: un oste che si chiamava Etso faceva presagire una persona che eseguisse tutto il contrario di quello che doveva fare uno del suo mestiere. Infatti, dopo essersi avvicinato ai commensali, esordì così:
– Buongiorno, cosa avete da mangiare?
– … da mangiare! – fece da contrappunto il killer, con lo sguardo sempre più assente.
John fece per rispondere ma, stranamente, si accorse immediatamente della domanda insolita e assunse l’espressione a lui più consona, quella da scemo e, per di più, perplesso. Confuso com’era, cominciò a guardarsi in giro, forse per trovare una risposta o forse per cercare un perché della sua vita. Vedendo solo sfascio e rovina, però, gli tornò in mente il suo amico Sui e venne sfiorato dall’idea di puntarsi la sua pistola alla gola ma, pensando proprio a quest’ultima, si ricordò della fame che lo stava dilaniando e tentò di ordinargli qualcosa da mangiare:
– Vorrei … ma dov’è finito?
L’ossario si era seduto al tavolo dietro di lui. John si alzò, gli si avvicinò e cercò di nuovo di ordinargli un piatto di qualcosa, ma Etso lo anticipò:
– Vorrei dei fagioli!

Kid cominciò lentamente a perdere la pazienza:
– Forse non ci siamo capiti … – proseguì.
– … non ci siamo capiti! – gli fece eco Jospeh.
– Vorrei anche una caraffa di vino – aggiunse l’oste.
– Provaci tu! – disse John, innervosito, a Ted. La rabbia era tale che in quel momento avrebbe potuto arricchirsi vendendo la sua bile. Si avvicinò al bancone e lo colpì un pugno violentissimo. Un’asse di legno si staccò e gli piallò di netto i connotati, facendolo barcollare per tutto il locale.
– Allora, amico, ne volgiamo parlare? – domandò Ted al vecchio.
Intanto John, dietro di lui, cominciò una specie di valzer col pezzo di legno, nel tentativo di staccarselo dagli incisivi centrali.

– Amico perché ora tremi? – chiese Ted all’oste. Non si era accorto che, alle sue spalle, era entrato nel locale un pericolosissimo Comanche assetato di sangue, la cui aspettativa di vita fu immediatamente azzerata da John che, oltre a non essersi accorto pure lui della presenza dell’indigeno, nello slancio per liberarsi dell’asse, con la stessa lo colpì involontariamente in testa così violentemente da cambiargli la personalità.
Mentre John proseguiva il suo ballo, Ted, come se nulla fosse, continuava a parlare all’anziano:
– Avanti, vecchio, tira fuori il rospo
Sempre senza che i due ranger se ne accorgessero, un secondo famelico indiano, con gli occhi iniettati di sangue, entrando dalla finestra, tornò improvvisamente bambino dopo essere stato violentemente colpito sul cranio da John, sempre alle prese col pezzo di bancone, mentre cadeva rovinosamente a terra dopo l’ultima delle sue oscillazioni.

Dopo essersi rialzato, con un paio di strattoni il ranger si liberò dell’oggetto ingombrante.
– Finalmente! – urlò dopo averlo scagliato fuori dalla finestra.
Nel frattempo l’oste disse a Ted:
– Vorrei anche un wisky!
– Lascia perdere, Ted, è completamente andato! Andiamocene!
I tre uscirono dalla locanda.
– Credo ci siano i Comanches! – sentenziò Ted
– Cosa te lo fa pensare?
A occhio e croce credo ci sia arrivato dopo che una cinquantina di frecce disegnarono i contorni del suo corpo sul muro del casolare.
Decisero, quindi, si rientrare rapidamente nella locanda. Inciamparono, però, sul corpo stecchito di un terzo, spietato, Comanche che quel giorno tutto si sarebbe immaginato tranne di accedere alla Casa del Grande Spirito dopo aver ingerito per intero l’asse di un bancone lanciato fuori da una finestra di una locanda.
Rotolando uno sull’altro, i tre rientrarono nella locanda. Ted urtò il secondo indiano, che se ne stava seduto e rannicchiato in disparte in un angolino:
– E perché questo qui ha il broncio, si sta ciucciando il dito e sta dicendo: “Voglio la pappa”? – chiese.
– Non ne ho la più pallida idea! – rispose John. Alzando lo sguardo Ted notò anche il primo indiano, mentre stava declamando alcuni versi della Divina Commedia.
– E quest’altro? – fece, sempre rivolto al compagno
– Non chiederlo a me. Non lo conosco!

– Buongiorno! Cosa c’è da mangiare? – ripeté intanto l’oste. Lui e Joseph Hancock formavano davvero una bella coppia di rintronati. Un diretto destro di John peggiorò all’improvviso la situazione neurovegetativa del primo e lo incastonò per il resto della giornata nella parete dietro il bancone.

I due ranger tentarono quindi la fuga uscendo dal retrobottega. Fischiarono per fare arrivare i cavalli. Presero le rincorsa per montarli al volo mentre passavano davanti a loro al galoppo.
– Non lo sopporto più! – disse subito dopo Kid, stampato su un palo, del suo cavallo dopo che questo si era scansato vedendo il suo padrone saltare per montargli in groppa.

Rimessosi in sella, fuggirono al galoppo inseguiti dai Comanche. Si accorsero immediatamente, però, di essersi dimenticati di Joseph. Inchiodarono le loro bestie.
– Presto! Torniamo indietro a prenderlo Prima che una mandria di bufali lo travolga! – gridò Ted.
Un istante dopo un urlo terrificante squarciò l’aria. Il delinquente passò a breve distanza dai ranger alla velocità della luce seguito, a un metro, duecentododici bisonti inferociti.
John, sconsolato, si rivolse a Ted:
– La prossima volta, se proprio vuoi supporre cosa può capitare alla gente, cerca di pensare a qualcosa di meno pericoloso!
Ormai, però, i Comanche erano alle calcagna. Qualcuno aveva fatto la spia.

 

A proposito di Comanche …

 

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