di Luca Montanari

 

Si calcola che i Comanche fossero, nel periodo di loro maggior splendore, una popolazione che contava circa 20.000 elementi. Erano divisi in numerose tribù che andavano dall’Oklaoma fino al Texas. E proprio qui ce n’era una che aveva una particolare tradizione: quella di chiamare i bambini con l’immagine che la madre aveva davanti agli occhi al momento del parto. Era proprio un obbligo, perché ritenevano che quell’immagine fosse voluta dal Grande Spirito e che determinasse il carattere del neonato. Così, nel loro glorioso passato, quella tribù aveva avuto capi e guerrieri formidabili come Aquila Che Vola, Grande Tuono, Cielo Stellato, Cavallo Furioso, e così via.
Non dev’essere stata altrettanto fortunata la madre dell’ultimo capo tribù. Cane Che Piscia Sulla Mia Gamba era al comando, si fa per dire, della sua gente ormai da un anno, ma su questa aveva scarso ascendente. Senza poi contare il fatto che quando incrociava un gatto, al quadrupede si rizzava il pelo.

La natura, inoltre, non era stata generosa con lui. Il naso leggermente appiattito, gli occhi, la pelle, le orecchie e le guance cadenti gli avevano conferito l’aspetto proprio di un Cane di Saint Hubert.

Neppure il suo amico del cuore aveva avuto un sorte migliore. Seppur inizialmente gli avessero dato un nome altisonante, Fuoco Nella Tempesta, decisero, in seguito, vista la sua grandissima pigrizia, di cambiarglielo. Dapprima gli assegnarono quello di Toro Seduto ma poi, visto che passava le giornate a dormire, preferirono, chiamarlo Toro Sdraiato. Però neanche questo, dopo qualche tempo, ritennero idoneo. Vista la sua stanchezza cronica e il suo permanente desiderio neanche di sdraiarsi, ma proprio di spalmarsi sul terreno come fosse burro di noci per dormire sonni così profondi da perdere la memoria, gli imposero il nome di Ameba Spappolata.

Come accennato, Cane Piscia Sulla Mia Gamba non aveva un grosso ascendente sul suo popolo, guerrieri compresi, primo, perché lo riteneva un raccomandato (era figlio dell’ultimo grande capo e valorosissimo guerriero Cavallo Furioso), secondo, perché tatticamente era un disastro e, terzo, perché un comandante che aveva il vizio di grattarsi le orecchie con i piedi e di fare la pipì alzando la gamba non dava un grande senso di affidabilità.

– Grande Capo Cane, nonché grande amico, è con sommo rispetto e devozione che ti dico che la tua idea di abbandonare i cavalli e di nasconderci in queste sterpaglie per tentare di prendere i visi pallidi alle spalle non è stata un granché! – gli disse un giorno uno dei pochi anziani guerrieri che ancora gli erano rimasti accanto, Orso Bianco, mentre, assieme a uno sparuto gruppetto di guerrieri, tentava di evitare di essere trascinato via, con unghie e denti conficcati nel terreno, legato per i piedi, da un plotone di soldati a cavallo.

Non era la prima volta che sbagliava completamente tattica. Qualche mese prima, ordinò ad alcuni guerrieri, nonostante fossero recalcitranti, di entrare in uno antro buio e maleodorante. Il bello è che ce li spinse a forza nonostante questi si aggrappassero a qualsiasi cosa pur di non entrarci.
– Qui, di sicuro, non vi vedono! – sentenziò Cane. Era la prigione di Laredo.

Da quel momento i suoi combattenti decisero di applicare l’esatto contrario di quello che Cane ordinava loro. Se lui diceva di andare ad est, loro andavano ad ovest, portando a casa, nel cento per cento dei casi, la pelle.

Come tutti i grandi capi, anche Cane aveva il suo grande amore. Era una ragazza di nome Sole Raggiante, un amore nato quando erano bambini. Il giorno in cui la invitò per la prima volta nella sua tenda, era emozionatissimo.
– Che bella dimora hai, Cane! – esclamò a voce alta Sole Raggiante entrando nel suo tepee e scatenando, all’esterno, soffi, crepitii e ringhiate di gatti – Hai pure steso fuori all’ingresso il tappetino per pulirsi i piedi! Segno di grande senso dell’ordine e dell’ospitalità!
– No, quello è il mio amico Ameba Spappolata. L’avevo invitato qui per presentartelo, ma la camminata di dieci metri dal suo tepee al mio gli è stata fatale. Si è addormentato di colpo sull’uscio di casa – le disse avvicinandosi per farle le prime avance.
– Dai, Cane, non siamo ancora sposati! Non mi mettere in imbarazzo! – mormorò scherzosamente Sole raggiante ritraendosi leggermente con vergogna indietro, mentre l’uomo le annusava il sedere.

I cavalli, tra i Comanche, rappresentavano lo stato sociale, più una persona ne possedeva, più era considerata. Inoltre si potevano offrire come gradito omaggio alla famiglia della sposa, ed è quello che fece Cane fece con la sua ragazza.
– Credo che il grande capo ti voglia sposare, Sole! – le disse, un giorno, sull’orlo dell’asfissia, l’anziano genitore
– Cosa ve lo fa pensare, padre?
Penso lo avesse intuito dai trentadue cavalli che Cane gli aveva regalato, buttandoglieli, uno sull’altro come fossero coperte, sul suo corpo ossuto.

Chi, però, dovevano veramente temere sia Cane Che Piscia Sulla Mia Gamba, sia John Kister, era il malvagio cugino del del primo. Egli tramava per rubargli il posto di capo tribù e aveva un gran seguito, grazie sua abilità come guerriero, tra i combattenti della sua gente. Non oso nemmeno immaginare cosa sua madre avesse davanti agli occhi al momento della sua nascita, in quanto il suo nome era Sepolto Vivo.

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Neurosito

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