di Luca Montanari

 

– Qui non c’è anima viva! – disse John aprendo con una violenza inaudita la porta della stanza, dimezzando di colpo i giorni che restavano da campare a un nuovo, povero, killer seriale, ultimo, tenero, baluardo malavitoso della gang della sera dell’agguato, appostato dietro l’entrata e murato vivo dalla sportellata infertagli dal nostro protagonista.

Poco prima era bastato che Ted dicesse: “Ne sono rimasti solo due!” perché quattro canaglie, lanciandosi dal primo piano del saloon, saltassero addosso al collega . Quest’ultimo, mentre con le mani teneva per il collo due di questi con una stretta tale che, in confronto, quella di una pressa industriale pareva una carezza, col piede sinistro faceva una gastro endoscopia al terzo e col destro prendeva a calci il quarto, palleggiandoci meglio di Maradona, si rivolse all’amico dicendo:
– Magari, la prossima volta, prima di fare un affermazione del genere, parliamone!

Subito dopo i quattro poveri delinquenti furono sparati fuori da una finestra come palle di un cannone. Si schiantarono contro una montagna nelle vicinanze. Si incastonarono così bene tra le sue rocce che, nell’insieme, formarono un nuovo Monte Rushmore. 

La tenera carogna

La tenera carogna

– Piantala di lamentarti, Ted! – disse poco dopo essere entrato nella stanza John, passeggiando nervosamente in su e in giù.
– Non sono io a lamentarmi!
Era la pura verità. A lamentarsi era il povero killer che mai avrebbe pensato, quel giorno, che avrebbe conosciuto così da vicino la porta di una stanza d’albergo. Dopo essersi staccato dal muro, crollò pesantemente pancia a terra. Era ormai un quarto d’ora che Kid gli stava camminando sulle vertebre.

– Credo sia questo qui! – aggiunse Ted, indicando la tenera carogna sotto i piedi del suo amico. Kid lo prese di prepotenza e lo rialzò. Aveva preso un colpo così forte in bocca che aveva perso tutti i denti e gli erano tornati quelli da latte, mentre pareva che le sue pupille ardessero dal desiderio di prendere una il posto dell’altra.

Tenendolo in posizione eretta con la sola forza di due delle sue dita infilate nel suo naso, John disse:
– Portiamolo con noi, questo potrebbe esserci utile!
Il poveretto, onde preservare le poche restanti parti del corpo che erano rimaste incolumi, decise di assecondarlo.
– Guardate che non siamo soli – biascicò a fatica il delinquente mentre, con le narici agganciate a due delle falangi del ranger veniva trascinato di peso fuori dal locale.
– C’era da immaginarselo. Un agguato in grande stile così non può che avere una regia – affermò il nostro protagonista. Assieme al collega, mentre stava preparando i cavalli per mettersi in viaggio e il killer era ancora sotto il colonnato del saloon, notarono una sinistra figura allontanarsi nella penombra al galoppo. Era Jack “Non Mi Hai Fatto Niente, Faccia Di Serpente” Benson.
– Lo riprenderemo, quel gaglioffo, cascasse il saloon! – urlò stizzito Ted. Un istante dopo il fragoroso rumore di un crollo alle loro spalle attirò la loro attenzione. Si voltarono lentamente. Del saloon erano rimaste solo macerie, mentre il killer era sotto una montagna di detriti e, soprattutto, ahi lui, due pesantissime travi di legno. Gli si vedevano solo gli occhi. nonostante tutto era rimasto, miracolosamente, in piedi, anche se, oramai, era alto come un bonsai. Sbatteva le palpebre incredulo. C’erano più uccellini intorno alla sua testa che in un bosco di abeti.

– Dai, diamogli una sistemata e portiamolo con noi! – disse Ted
– Con noi!
– Lo carico sul mio cavallo, dietro di me – aggiunse
– Di me!
– Ma che fai? Ripeti tutto quello che dico? – sbottò Ted rivolto a John.
Non era John che stava ripetendo le sue parole ma quel povero, disgraziato, carnefice. I colpi che aveva preso fino a quel momento lo avevano stordito a tal punto che pensava di essere un pappagallo.

Benson era ormai scomparso nel buio della notte quando due ranger col rintronato malvivente si misero al suo inseguimento.
Giunti nel mezzo di un angusto canyon scesero da cavallo e decisero di accamparsi per aspettare il sorgere del sole che avrebbe loro consentito di seguire meglio le tracce del fuggitivo.
Sistemarono il rintronato nell’incavo di una roccia e si diedero da fare per accendere un focolare.
– Ok, accendiamo un fuoco – disse Ted

– Fuoco! – aggiunse l’assassino
– Così possiamo cucinarci una padella di fagioli!
– Fagioli! – Il ranger si divertiva a fargli replicare le parole.
– Ci facciamo fagioli e un paio di tazze abbondanti di caffè!
– Caffè!
– Speriamo che la roccia non frani! – Seguirono un fracasso mostruoso e un agghiacciante silenzio di tomba.
– Perché non ripete più? – chiese, quasi sorpreso, Ted all’amico
Riuscirebbe difficile a tutti i comuni mortali ripetere qualsiasi parola da sotto un masso dal peso di trecento chili.
Incredibilmente il povero malvivente rinviò, anche in questa occasione, l’appuntamento col Redentore, anche se ormai era così piallato che sembrava un frisbee col cappello da cowboy.

 

Già che ci sono vi racconto anche la nona parte.

 

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Neurosito

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